Israele con alloggio in kibbutz, un tour in autobus e autostop. Era passato poco tempo dal viaggio in Ungheria quando un giorno sul treno da Sanremo a Milano incontrai un ragazzo americano febbricitante con un forte raffreddore. Scambiammo qualche parola e mi disse che, dopo un soggiorno in Francia per studiare il francese, era diretto in Israele. Avrebbe fatto un semestre in un kibbutz come volontario. Era un israelita e, in quegli anni, i bravi ragazzi ebrei americani facevano spesso questo tipo d’esperienza. Arrivati alla stazione centrale di Milano mi offrii di accompagnarlo in farmacia per prendere delle medicine. Ci scambiammo gli indirizzi e ci salutammo.
Dopo oltre un mese ricevetti una sua lettera in cui mi ringraziava per l’aiuto fornitogli. Confermava di essere arrivato in Israele con alloggio nel Kibbutz Netzer Sereni (dedicato a Enzo Sereni, un grande antifascista e sionista laico). Trovava la vita molto dura perché doveva lavorare nei campi. Era un’ attività a cui non era abituato e la situazione era ancora più dura per il gran caldo. Il kibbutz è stato per circa un secolo la grande utopia di Israele basata sulla condivisione del lavoro e dei ricavi ottenuti secondo il principio “da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Nel 2004 sono stati trasformati in proprietà private.
Mi scriveva anche che, potevo approfittarne per visitare Israele. C’era una camera libera perché una ragazza membro del kibbutz era in vacanza per due mesi negli Stati Uniti. Aggiungeva che, spostarsi in Israele era molto facile perché il paese era piccolo. Il kibbutz non era lontano da Tel Aviv. I servizi di autobus comodi e, dalla stazione di Tel Aviv potevo spostarmi praticamente ovunque. Mi parve una splendida occasione.
Chiesi subito ferie e biglietto aereo. Gli mandai un telegramma con il giorno e volo previsto del mio arrivo, chiedendo una conferma che mi sarebbe venuto a prendere in aeroporto. La conferma non arrivò mai. Ormai ero pronta e decisi di partire. D’altra parte mi chiedevo: ammesso che venisse a prendermi in aeroporto, ci saremmo riconosciuti? Ci eravamo visti una sola volta e lui era così conciato da poter essere irriconoscibile! Ma tutto filò per il meglio e appena uscita dall’aeroporto ci incontrammo. Andammo al Kibbutz Netzer Sereni, vicino a Ness Tziona. Strada facendo mi spiegò un po’ come funzionavano il “socialismo perfetto” dei kibbutz. I volontari come lui dormivano in grandi camerate. I membri del kibbutz disponevano di una camera o appartamento per le famiglie. Tutti dovevano lavorare. Mangiavano in comunità, i figli erano accuditi comunitariamente durante l’orario di lavoro dei genitori. Gli abiti e ogni oggetto di necessità era acquistato dal Kibbutz. Io occupavo una camera singola e volevo visitare Israele, Come fare? Per prima cosa mi raccomandò, chiunque incontrassi dovevo salutare con “Shalom”. Inoltre non potevo mangiare con loro perché sarei stata prontamente notata e assegnata a qualche lavoro.

Israele con alloggio in kibbutz era una bella idea ma il Netzer Sereni era piuttosto grande. Già mi vedevo a lavare i piatti per tutte quelle persone, un incubo! Mi organizzai per essere fuori al mattino e Michael, che in attesa del mio arrivo aveva saltato qualche giorno di riposo, si offrì di accompagnarmi. Con degli avanti e indietro giornalieri riuscimmo a visitare Tel Aviv, la mistica Gerusalemme e Betlemm. Ci tenevo molto a visitare anche Nazareth e in particolare Haifa. Per farlo ci servivano almeno due giorni. Facemmo un po’ di calcoli e decidemmo che il tour sarebbe stato: Nazareth e notte ad Haifa. Il giorno dopo ritorno via Cesarea. In Israele se non passano pullman si fa l’autostop e i trasferimenti furono, e fino a qualche anno fa erano ancora, piuttosto facili.

Nazareth, città araba, ha la porta della città vecchia proprio davanti all’entrata della Basilica dell’Annunciazione. Si apriva su una via in salita al cui centro scorreva la fogna a cielo aperto. Le botteghe vendevano principalmente prodotti alimentari e prodotti d’uso comune. Anni dopo tutta la zona era rifatta a nuovo e le botteghe arabe vendevano esclusivamente oggetti di culto cattolico ai pellegrini. Sulle strade della parte alta erano parcheggiate Mercedes e fuoristrada di grossa cilindrata. Il business di rosari, medagliette e altri oggetti di culto andavano alla grande. I commercianti arabi ne sapevano più dei pellegrini sui santi che tiravano per la maggiore, fa niente se Padre Pio non era mai stato in Israele!
Vi racconterò ancora di Israele, un paese a cui credo, tutti noi, siamo molto legati per le nostre radici cattoliche e che riesce sempre a meravigliare.
Per conoscere meglio questo paese suggerisco due libri: Gerusalemme! Gerusalemme! di Dominique Lapierre e Larry Collins e Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa.

